Si tratta di un capolavoro del IV secolo dopo Cristo. Scoperto casualmente trent’anni fa, dopo un lungo lavoro di restauro sarà finalmente esposto al pubblico.

Un particolare di uno dei tre grandi mosaici pavimentali ritrovati nella villa romana del Tellaro, presso Noto.

«Dottore venga, abbiamo trovato qualcosa in un rudere sul Tellaro»: era l’estate del 1971, quando Giuseppe Voza, in forze alla sovrintendenza ai beni culturali di Siracusa, ricevette quella telefonata da un capitano della Guardia di finanza. Qualcuno aveva avvertito le fiamme gialle che in una masseria abbandonata, non lontano da Noto, e dall’antica città di Eloro, si erano visti scavatori di frodo. Che cosa li aveva attirati tra le rovine di quel casale? In un angolo della stalla si intravedeva un frammento di mosaico a colori, volti di personaggi intenti a banchettare. I cacciatori di reperti l’avevano già pulito con l’intenzione forse di strapparlo senza immaginare il valore di quello che avevano casualmente trovato.

Si trattava, infatti, dei resti di una villa romana del IV secolo dopo Cristo, la dimora di una famiglia di latifondisti, i cui pavimenti erano ricoperti da straordinari mosaici che, per raffinatezza di stile, sono tra i più significativi dell’epoca e possono bene rivaleggiare con quelli, notissimi, di Piazza Armerina, presso Enna. E ora, dopo un lunghissimo restauro, saranno visibili al pubblico: a fine giugno, provvisoriamente, nella chiesa di San Domenico a Noto; da settembre nella sede originaria, dove verranno ricollocati. Un evento consacrato dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che, nella visita in Sicilia agli inizi di luglio, ammirerà i mosaici. Panorama li presenta in anteprima.
«Gli scavi, cominciati tra mille difficoltà burocratiche a metà degli anni 70, hanno portato alla luce i resti di una villa di 6 mila metri quadrati» racconta Voza, che da sovrintendente ha poi seguito passo per passo la straordinaria scoperta. «Il corpo centrale era costituito da una corte circondata da un portico sul quale si affacciavano vari ambienti. Il camminamento era ricoperto da un mosaico a tappeto con festoni e motivi geometrici, ben conservato per 15 metri». Ma il ritrovamento eccezionale riguarda i pavimenti di tre stanze tappezzati con scene mitologiche, di caccia e danze, realizzate con milioni di tessere in pietra calcarea e cotto dai colori naturali intensissimi. Storie piene di animali, fiori e volti talmente vivi che sembrano schizzare fuori dal disegno.
La residenza romana bruciò in un incendio, probabilmente alla fine del IV secolo. Forse fu una conseguenza della calata dei barbari ipotizza il sovrintendente.
«Il racconto sulla vita di santa Melania dice che in quel periodo la nobile romana si rifugiò in Sicilia dove la sua ricca famiglia possedeva 60 ville e da una di queste assistette al rogo di altre dimore, appiccato dagli invasori. La stessa sorte potrebbe essere toccata a quella sul fiume Tellaro». Sullo strato di macerie e cenere abbandonato per secoli nel 1700 venne costruita una fattoria, tranciando i mosaici scampati alla distruzione e seppellendoli sotto 50 centimetri di terra e pietre.

«Per recuperarne alcune porzioni abbiamo tolto con un lavoro chirurgico parte delle fondazioni evitando di far crollare quel che resta della masseria» aggiunge Voza. «E viste le condizioni in cui si trovavano abbiamo dovuto tirare via i mosaici e portarli al laboratorio per il restauro». Un’operazione delicatissima e rischiosa perché, se eseguita malamente, rischia di scompaginare le tessere, distruggendo per sempre le immagini. Un telo impregnato di un collante speciale viene posato sulla superficie del mosaico, poi si stacca dal terreno il fondo su cui sono posate le pietruzze ottenendo una sorta di tappeto che viene arrotolato intorno a un cilindro di legno per il trasporto. «Avevo una tal paura di danneggiare le opere che feci montare una tenda nel cortile della fattoria dove far immediatamente fissare i mosaici sulle resine» confessa Voza.

Era la fine degli anni 80. Da allora gli esperti hanno lavorato per togliere le tracce lasciate dall’incendio. Con pazienza hanno risistemato alcune delle tessere sparse, ritrovate durante gli scavi, riportando all’originale splendore i racconti narrati sui pavimenti della villa.
«Le fondazioni della masseria avevano rovinato la parte principale di una delle scene più straordinarie: la pesatura del corpo di Ettore, un evento a cui si fa riferimento nell’Iliade» dice Voza. «Dopo la pulizia sono emersi particolari che ci hanno permesso di stabilire che si trattava proprio del riscatto dell’eroe ucciso.
Al centro campeggia una grande bilancia: sul piatto di sinistra è posato l’oro, su quello di destra il corpo». In alto l’iscrizione in greco svela che i personaggi presenti all’operazione sono Ulisse, Achille e Diomede, i troiani e Priamo. La drammatica rappresentazione era incorniciata dauna fascia decorativa ricca di piante e animali: tra essi una splendida tigre intenta a spiccare un balzo.

I particolari del felino sono resi con un dosaggio sapiente dei colori paragonabile a un affresco più che a un mosaico. «Lo studio cromatico nella posa delle pietre, le dimensioni delle tessere, che si riducono sensibilmente nelle sfumature dei volti e dei musi, per rendere ancora più precisi i dettagli, fa pensare che gli autori erano artisti raffinatissimi» valuta Voza.

«Lo stile è riconducibile a quello dei mosaici dell’Africa preconsolare e della villa romana di Piazza Armerina, ma queste rappresentazioni sono più armoniose e più vivaci, le figure sembrano muoversi, la profondità delle immagini è maggiore».

Elementi che si ritrovano nel mosaico della scena di caccia che ricopriva la più ampia delle stanze ritrovate di 6 metri e 40 per 6 e 20. È la storia di una battuta che si svolge in vari capitoli. In alto si scorgono i cacciatori che assistono all’ingresso nelle gabbie delle fiere catturate, al centro un cavaliere sferra un colpo di lancia a un leone che ha appena ucciso una gazzella. La scena è intensissima:
il felino si erge imponente con la sua folta criniera sulcorpo straziato dell’antilope che sanguina. Poco più in basso si intravede una figura femminile con lo sguardo rivolto alla tigre che assalta un altro dei cacciatori.

«È molto rovinata ma si intuisce chiaramente che è la rappresentazione dell’Africa, ha tratti comuni a quella del mosaico della Grande caccia di Piazza Armerina».

La terza stanza aveva un mosaico figurativo più complesso: ai quattro angoli, altrettanti vasi rivolti al centro, da cui traboccano fiori e frutta e da cui partono festoni di alloro che si incontrano in centro in una formella completamente perduta, delimitando quattro zone semicircolari contenenti altre scene come la danza erotica di un satiro e una menade.
Impossibile risalire alla destinazione delle camere. «Non c’è nulla che ci aiuti a capire se c’era un legame tra la scelta dei soggetti e l’uso delle stanze. E purtroppo il fuoco ha cancellato quasi tutte le tracce della vita quotidiana» conclude Voza. «Si sono salvate solo alcune monete, ceramiche e attrezzi di lavoro che stavano nel piano sottostante a quello dei mosaici».

Franca Roiatti
Panorama – ^.

I mosaici del Tellaro

Gli scavi finora eseguiti hanno permesso la scoperta dei mosaici pavimentali del lato nord del portico del peristilio, i tre ambienti che vi si affacciano e un breve tratto del lato sud del portico. Il pavimento conservato del lato nord del portico si estende per 15 mt. circa di lunghezza e per 3,70 mt. di larghezza. Raffigura un autentico tappeto di ricchi festoni di alloro in forma di medaglioni circolari che delimitano degli ottagoni a lati curvi decorati da motivi geometrici. Eccezionale la policromia. Questi motivi sono abbastanza noti in ambiente africano e denominati “entrelacs de coussins”.

La prima stanza da est che si affaccia sul lato nord del portico era in origine dotata di un eccezionale mosaico pavimentale rappresentante nell’emblema centrale la scena della pesatura del corpo di Ettore. Proprio su questa scena insistevano le fondazioni della masseria. Il lavoro di recupero fatto ha permesso nonostante tutto di interpretare la scena rappresentata, quella appunto del riscatto del corpo di Ettore. Un’incisione in alto accompagna la figurazione: da una parte le figure di Ulisse, Achille con l’alto cimiero piumato, e di Diomede e dall’altra i Troes, i Troiani di cui resta solo la parte superiore di una figura; manca del tutto quella di Priamo anch’egli presente come cita l’iscrizione. Al centro campeggia una grande bilancia con all’estremità dei bracci i due piatti: quello di sinistra con gli ori del riscatto, quello di destra con il corpo esanime di Ettore.Si conservano gli arti inferiori accostati. Interessante il fatto che il drammatico evento nel XXIV° libro dell’Eneide non compare in questa forma. E’ però mostrato in questo modo nel racconto riportato nei “Frigi” di Eschilo, tragedia andata perduta, da cui si può ipotizzare che esso sia tratto. E’ meraviglioso come tale mosaico renda tutta la forza evocativa del solenne evento narrato 15 secoli prima nel poema omerico. Qui tutta la alterigia di Achille che obbedisce all’ordine di Teti “d’Ettore il corpo al genitore rendi e il prezzo del riscatto accetta” ( Iliade XXIV , 360).
Qui il volto del fortissimo Diomede. Dall’altro versante il mosaico non integro mostra solo il volto dell’araldo Ideo, e due lettere che attestano la presenza di Priamo, ci riconducono al verso omerico “ il mesto veglio e il suo fido araldo entrambi pensierosi e muti” ( Iliade, XXIV 360) . Tutta la scena è incastonata in un’ampia fascia perimetrale decorata con fastosi girali avvolgenti corpi animali. Questi motivi, vegetali, geometrici o naturalistici, pur non essendo centrali nello schema compositivo, non sono di secondaria importanza.

Il secondo ambiente, attiguo al precedente, ad ovest di esso per l’esattezza, presenta una composizione musiva più complessa: nei 4 angoli del pavimento sono raffigurati altrettanti 4 crateri con la bocca ricolma di frutti da cui si dipartono festoni di alloro che incontrandosi inquadrano nella parte centrale del pavimento una formella quasi del tutto perduta, e delimitano 4 zone semicircolari contenenti altre 4 formelle rettangolari con scene figurate. Esse sono contornate da una fascia a onda sovrastata da un motivo a conchiglia. Il tutto è perimetrato da un motivo a onda e a fiori di loto. Questa composizione inquadra perfettamente le scene simmetriche raffiguranti un satiro e una menade presso un’ara in atto di danza, rese su un fondo bianco.ianco.

Il terzo ambiente sul lato nord del portico attiguo al precedente e ad ovest di esso, presenta scene di caccia contornate da una fascia perimetrale con rappresentazioni di volatili, animali acquatici e svastiche. Le scene del racconto sono distribuite asimmetricamente e tenute insieme da elementi naturali quali rocce, vegetazione e acque. Solo la scena del banchetto si estende su tutta la parte più bassa del campo musivo figurato. Nella parte alta figure di cacciatori alcune stanti, altre in azione, impegnate nella cattura delle fiere dirette verso una gabbia dove una figura accosciata tiene aperto il portello per favorirne l’accesso. Al di sotto di questa raffigurazione la zona centrale è dominata dalla scena di un cacciatore che vibra un colpo d lancia contro un leone cui soggiace il corpo sanguinante di una gazzella.
Nella zona sottostante a destra il passaggio in una palude di un carro che trasporta belve catturate; il carro è accompagnato da un cavaliere, da servi e cani; a terra uno dei tre personaggi paludati impugna un bastone simbolo di comando. Segue la spettacolare figura femminile centralmente posta su un trono di rocce e incorniciata da fronde d’albero. La figura di evidente valore simbolico rappresenta l’Africa (come nel mosaico della Grande Caccia a Piazza Armerina); danneggiata su tutta la parte centrale presenta integro solo il volto con lo sguardo rivolto verso un cacciatore che enorme che soggiace all’assalto di una tigre, mentre un cavaliere tenta di colpire la belva dopo che essa ha già azzannato lo scudo del ferito.
La scena del banchetto all‘aperto, quella che come accennato in precedenza occupa la parte bassa del mosaico, si compone di 3 momenti salienti. Dall’estremità sinistra si osserva l’affaccendarsi dei servi atti all’apprestamento delle portate e al servire; la rappresentazione di 6 commensali al di sotto di una tenda di alberi e infine un gruppo di cavalli che si riposano dopo la caccia.

In generale, tutti i mosaici della villa del tellaro sono riconducibili a maestranze operanti nei grandi centri dell’Africa settentrionale tra il III° e il IV° sec.d.C.: la policromia, gli elementi decorativi, il movimento delle scene mai cristallizzato ma reso sempre vivo.Da non sottovalutare inoltre la componente figurativa romana (come accennato in precedenza) rilevabile nelle figure dei banchettanti che riportano all’iconografia imperiale tra il 337 e il 360 d.C. e alle rappresentazioni dell’arco di Costantino.

Tratto da “I Mosaici del Tellaro“
Lusso e cultura nel Sud-Est della Sicilia di G.Voza

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